Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/91

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28 ODISSEA


vecchio, spacciando vai, piú sempre a noi tutti odioso.
La sua sostanza sarà divorata senza rivalsa,
sinché con queste nozze sua madre trastulli gli Achivi:
poiché noi tutti qui possiam rimanere in eterno,
gara dei pregi nostri facendo; né andremo cercando
altre donne, che degne sian pure d’esserci spose».
     E a lui queste parole Telemaco scaltro rispose:
«Eurímaco, e voi tutti che ambite sposare mia madre,
io non vi voglio pregare, non voglio piú a lungo parlarvi.
Questo già tutti i Numi, già tutti gli Achivi lo sanno.
Su, via, datemi un legno veloce, con venti compagni,
che per andare e tornare forniscano meco la via,
però che a Sparta io voglio recarmi, ed a Pilo sabbiosa,
a dimandar di mio padre novelle, che manca da tanto,
se me ne dia qualcuno degli uomini, o n’oda la Fama,
che suol recare notizie degli uomini, e figlia è di Giove.
E se mai sentirò che vive mio padre e che torna,
pur tribolato cosí, potrei sopportare un altro anno;
ma se invece saprò ch’è spento, non è piú tra i vivi,
farò ritorno al suolo nativo; ed un tumulo a lui
innalzerò, gran copia farò di funebri offerte,
quante convengono; e poi darò mia madre a uno sposo».
     Poi ch’ebbe detto cosí, sedette; ed in mezzo al convegno
Mèntore, il fido amico d’Ulisse impeccabile, surse.
L’eroe, partendo, tutta gli aveva affidata la casa,
che custodisse tutto, che al vecchio Laerte ubbidisse.
Questi, con senno e prudenza parlò, pronunciò tali detti:
«Gente d’Itaca, ascolto porgetemi a quello ch’io dico.
Mai piú benevolo, mite mai piú non voglia essere alcuno
degli scettrati sovrani, non abbia piú cura del giusto.