Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/92

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CANTO II 29


ma sempre duro si mostri, ma d’opere inique si macchi;
poi che memoria d’Ulisse divino nessuno piú serba
fra le sue genti, che sire lo avevan piú mite d’un padre.
Io, di sicuro, i Proci superbi non biasimo affatto,
se, da quei tristi che sono, commettono tanti soprusi:
essi giocan la testa, che mangiano senza riguardo
tutti d’Ulisse i beni, pensando ch’ei piú non ritorni;
ma corrucciato sono col resto del popol, che tutti
ve ne sedete in silenzio, né ardite coi vostri rimbrotti
porre a dovere i Proci, che pure son pochi, e voi molti».
     E Leòcrito, figlio d’Evènore, tanto rispose:
«Mèntore, o tu caparbio, sviato di mente, che dici?
Incíti questi a farci desistere? É prova ben dura,
anche per molti, lottare con chi difende il suo piatto.
Pur se giungesse il re medesimo d’Itaca, Ulisse,
e concepisse il disegno di lungi cacciare dall’atrio
i pretendenti signori, che in casa gli fanno banchetto,
la sposa sua, che tanto desidera ch’egli ritorni,
ne gioirebbe poco: di misera morte ei morrebbe,
se contro molti pugnasse. No, tu non favelli opportuno.
Su, scioglietevi, genti, ritorni ciascuno al suo campo,
Ed il viatico a questo preparino Mente e Aliterse,
ché son di lunga data amici del padre. Ma penso
che, senza muoversi d’Itaca, qui rimarrà lunga pezza,
ad aspettare notizie, né mai farà questo viaggio».
     Dette queste parole, di súbito sciolse il convegno.
I popolani si spersero, ognuno movendo al suo tetto,
e i pretendenti verso la casa d’Ulisse divino.
     Ma Telemaco, solo venuto alla spiaggia del mare,
tuffò nei bianchi flutti le mani, e si volse ad Atena: