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30 ODISSEA


«Odimi, o Diva, che ieri scendesti nella mia casa,
e m’ingiungesti che, ascesa la nave, pel cerulo ponto
io navigassi, e notizie chiedessi del padre, che lungi
è già da tanto. Ma ora mi pongono indugio gli Achivi,
e piú di tutti gli altri, i Proci arroganti e maligni».
     Queste parole diceva pregando; ed Atena gli giunse
presso, che assunta aveva la voce di Mentore, e il volto;
e, favellando, a lui parlò queste alate parole:
«Mai tu non fosti, né mai sarai stolto, Telemaco, o inetto,
se di tuo padre in te stillato è il buono ardimento.
Deh! che uomo era quello, per compiere imprese o discorsi!
Non ti sarà dunque vano, né senza effetto il viaggio.
Se poi, madre non t’è Penelope, e quei non t’è padre,
non t’avverrà, credo io, di compiere ciò che disegni.
Pochi dei figli, invero, riescono simili ai padri:
i piú sono piú tristi, ben pochi migliori dei padri.
Ma tu no, nel futuro non mai sarai stolto ed inetto,
ché l’accortezza d’Ulisse non mai t’è fallita nel seno:
e queste imprese spero che tu possa addurre a buon fine.
Piú non curarti dunque di ciò che disegnano i Proci,
né dei progetti loro; non sono assennati né giusti,
né prevedere sanno la Morte e la livida Parca
ch’é già su loro, perché debban tutti in un giorno perire.
Né piú a lungo dovrà tardare il viaggio che brami:
tale paterno amico io sono per te, che una pronta
nave t’appresterò, che sarò nel viaggio al tuo fianco.
Ora, per altro, a casa ritorna, e conversa coi Proci,
ciò che t’occorre, nei vasi riponi, e il viatico appresta,
vino nell’anfore, ed orzo tritato, midollo dell’uomo,
dentro gli otri robusti di cuoio. Tra il popolo intanto