Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/95

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32 ODISSEA


«Proprio davvero vuole Telemaco darci la morte!
Qualcun che lo difenda condurrà da Pilo sabbiosa,
o magari da Sparta: sí fiera è la brama ch’ei mostra;
pur se non voglia alle pingui recarsi maggesi d’Efíra,
e si procuri colà veleni ministri di morte,
e nel convivio li gitti nei vasi, e ci stermini tutti».
E poi diceva un altro di quei tracotanti signori:
«E chi sa, se al contrario non debba nel concavo legno
morire anch’egli, al pari d’Ulisse, lontan dai suoi cari?
S’accrescerebbe allora d’un tanto per noi la fatica
ché tutti i beni suoi dovremmo spartire; e la reggia
l’assegneremmo a sua madre Penelope, e a chi la sposasse».
     Questo dicevano. E intanto, Telemaco scese, del padre
nell’ampia stanza, ov’erano cumuli d’oro e di bronzo,
e, dentro cofani, vesti, e d’olio fragrante gran copia;
e dogli v’eran pure di vino dolcissimo annoso,
lunghessa la parete disposti in fila, se Ulisse
tornare, dopo i lunghi travagli, dovesse alla patria:
erano colmi, e il vino senz’acqua, divina bevanda.
Imposte a due battenti, connesse con fine congegno,
chiudean la stanza. E a guardia di notte e di giorno una donna
v’era, che tutto quanto serbava con molta scaltrezza,
Euricléa, figlia d’Opo, che fu di Pisènore figlio.
La chiamò dunque Telemaco, e queste parole le disse:
«Mamma, su dunque, via, ne l’anfore versami vino
soave, il piú gustoso fra quelli che tu tieni in serbo,
per amore d’Ulisse divino, di quel poveretto,
se mai qui tornerà, schivando le Parche e la Morte:
dodici fanne colme, e adatta su tutte un coperchio,
e quindi versa in otri di pelle cuciti, farina: