Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/96

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CANTO II 33


venti vi sian misure di grano schiacciato alla mola,
e nessun altro lo sappia. Prepara, e tien qui tutto pronto,
ché a prenderlo io verrò, come giunto sia Vespero’ quando
alle sue stanze salga mia madre, e s’accinga a dormire.
Ch’io voglio a Sparta e a Pilo sabbiosa recarmi, e notizie
chieder, se averle mai potessi, del padre diletto».
     Disse. Ed in pianto scoppiò la fida nutrice Euriclea;
e, singhiozzando, a lui parlò queste alate parole:
«Figlio mio caro, e come ti venne mai questo pensiero?
Dove andar vuoi, pel mondo, che è tanto grande, tu gioia
unica della tua casa? E morto lontano tuo padre
stirpe di Numi, Ulisse, fra genti straniere. Ed i Proci
come tu parta, ordiranno raggiri, sicché tu di frode
debba perire, ed essi divorino tutti i tuoi beni!
No no, rimani qui, rimani sul tuo: ché bisogno
non hai, d’andare errando, cercando malanni pel mare».
     A lei queste parole Telemaco scaltro rispose:
«Mamma, fa’ cuore: questo consiglio non fu senza un Nume.
Giurami invece che nulla di questo a mia madre dirai,
prima che undici o dodici giorni non siano trascorsi,
o ch’ella sappia ch’io son d’Itaca lungi, e s’affligga,
si che le guance belle non debba distrugger nel pianto».
     Cosí dunque parlava. La vecchia prestava il solenne
giuro dei Numi; e quando ebbe giurato, compiuto il suo giuro,
subito dopo, il vino gl’infuse nell’anfore, gli otri
di pelle ben cuciti gli empie’ di farina. E nell’atrio
Telemaco frattanto tornò, si trattenne coi Proci.
     Ed ora Atena, glauca pupilla, ebbe un altro pensiero.
Per tutta la città, di Telemaco assunte le forme,
giva; e a ciascuno dei venti prescelti facendosi presso,