Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/11

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8 ODISSEA

Esser non può che onore ti neghino i Superi: è cosa
ardua troppo, spregiare dei Numi il piú antico e il migliore:
se poi nelle Sue forze fidandosi troppo, alcun uomo
ti niega onore, tu potrai sempre averne vendetta.
Fa’ pur ciò che tu brami, che grato riesce al tuo cuore».
E a lui Cosí rispose il Nume che scuote la terra:
«lo farei certo. Signore dei nuvoli, come tu dici;
ma temo sempre, e modo procaccio ch’io sfugga al tuo sdegno.
Ora ai nocchieri Feaci vorrei la bellissima nave,
mentre alla patria torna, spezzar nel ceruleo ponto,
perché smettano infine, né offran piú scorte alle genti:
vorrei coprir la loro città con un monte gigante».
E gli rispose Giove che i nugoli in cielo raduna:
«O caro, questo a me, parrebbe il migliore partito:
quando dalla città già tutte le genti vedranno
la nave che s’avanza, mutarla di súbito in pietra,
con la sua forma di nave, sicché meraviglino tutti;
e poi coprir la loro città con un monte gigante».
E come l’ebbe udito, il Nume che scuote la terra
súbito mosse alla Scheria, dove hanno dimora i Feaci.
Quivi attese. E la nave già presso alla spiaggia giungeva,
rapida i flutti solcando. Ma I’Enosigèo le fu sopra,
e in pietra la mutò, fe’ch’essa mettesse radici,
con la man prona al fondo gravandola. E quindi, scomparve.
E gl’incliti nocchieri Feaci, maestri di remi,
parlaron l’uno all’altro, volgendosi alate parole;
ed a tal vista, Cosí diceva ciascuno al vicino:
«Ahimè!, chi mai la nave, mentre essa giungeva a la spiaggia,
ha radicata nel mare? Già tutta visibile ella era!».
Cosí diceano: e niuno sapeva com’era avvernilo.