Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/18

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CANTO XIII 15

ecco, ed il Nèrito è questo, il monte vestito di selve».
Disse la Diva; e disperse la nebbia; e visibile tutta
fu la contrada. E Ulisse fu colmo di gioia: ché vide
la terra patria; e baciò le zolle datrici di spelta;
e questa prece volse, levando le mani, alle Ninfe ^
«Nàiadi Ninfe, di Giove figliuole, mai piú non credevo
ch’io pur v’avrei vedute! Gradite per ora la prece:
doni poi v’offrirò, si come già un tempo li offrivo,
se la figliuola di Giove, datrice di prede, consente
benigna a me, ch’io viva, che rida fortuna a mio figlio».
E a lui Cosí rispose la Diva dagli occhi azzurrini:
«Fa’ cuor: tali pensieri per or non t‘ ingombrin la mente.
Adesso entro gli anfratti dell’antro divino poniamo
queste ricchezze, perché restare ti possano in salvo:
quindi provvederemo che tutto proceda pel meglio».
Detto cosi, la Dea penetrò nell’oscura spelonca,
cercando i nascondigli dell’antro. Ed Ulisse, a lei presso,
tutti i suoi beni, l’oro, le vesti bellissime, e il bronzo
lucido collocò, che dato gli aveano i Feaci.
Quando ebbe tutto ordinato, l’ingresso sbarrò con un masso
Pàllade Atena, figlia di Giove che I’ègida scote.
Quindi, del sacro ulivo entrambi sederono al piede,
per macchinare l’estrema rovina dei Proci arroganti.
E parlò prima Atena, la Diva dagli occhi azzurrini:
«O di Laerte figlio, scaltrissimo Ulisse, or provvedi
come tu possa le mani gittare sui Proci superbi,
che nella casa tua spadroneggiano ornai da tre anni,
e la tua donna sposare vagheggiano, e le offrono doni.
Ora essa il tuo ritorno con lagrime invoca mai sempre,
e di speranze tutti li pasce, e a ciascuno promette