Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/470

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stiniano Augusto tanti e sì forti edifizii e ripari aggiunse a que’ luoghi, che possono degnamente dirsi altrettante città. All’ incontro di Nova sull’opposto continente stava una torre, già da tempo abbandonata, detta Literata, e Lederata la dicevano gli antichi. Di essa l’Imperador nostro fece un grande e validissimo castello. Dopo Nova v’hanno altri castelli, Cantabazate, Smorne, Campse, Tanata, Zerne e Duceprato; e sulla riva ulteriore ve n’ha molti altri, ch’egli edificò di pianta. Siegue poi quello che chiamasi Capobue, opera di Traiano Augusto: indi il vecchio Zane: i quali tutti l’Imperador nostro fortificò in modo che li rendé propugnacoli dell’Impero inespugnabili. Non lungi da Zane v’è un castello chiamato Ponte. Ivi il fiume diramandosi circonda piccola parte della riva, con un braccio; poscia mette questo nell’alveo maggiore, non per proprio fatto, ma bensì forzatovi per opera dell’umano ingegno. Perchè poi quel sito chiamisi Ponte, e come per forza l’Istro ritorni nell’alveo maggiore, vengo a dire.

Mostrandosi l’imperadore Traiano, principe di gran mente, e sommamente operoso, insofferente che l’Impero ivi non avesse termine, ma fosse finito per fatto dell’Istro, pensò di congiungere le due sponde mediante un ponte, onde liberamente passare quante volte volesse assalire i Barbari stanzianti di là. Come poi costruisse quel ponte io non mi affaticherò a dirlo: tocca a descriverlo ad Apollodoro damasceno, che fu l’architetto di tanta opera. Ma niun conforto ne provenne poi ai Romani, perchè e per la forza dell’Istro, e per quella del tempo, quel ponte cadde. Traiano intanto avea