Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/192

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170 GUERRE PERSIANE

al re supplicandogli che usasse misericordia con un popolo incapace di resistere al trono persiano, e da cui non aveva mai riportato la menoma offesa; aggiunse quindi: «Non essere meno disdicevole ad un grande monarca che ad ogni altro l'inferocire contro popoli bramosi di cedere e sottomettersi, né avervi combattendoli un che di sublime o di conforme alla dignità regale: essersi negato a Giustiniano il tempo di rinnovare gli antichi accordi, e vie più d’apprestare la guerra, cominciata senza intimazione di sorta». Al parlar libero del prelato arse di sdegno Cosroe, ed uscito di senno protestò che metterebbe Siria e Cilicia a ferro e fuoco; impose inoltre all'oratore di accompagnarlo sotto le mura di Gerapoli ver cui moveva colle sue truppe.

V. Arrivatovi e consideratane la fortezza ed il presidio, mandò chiedendo col mezzo d’un turcimanno, chiamato Paolo, danaro ai cittadini; il messo originario di Roma ed ivi cresciuto insegnava a que’ di grammatica in Antiochia. I cittadini, paventando un attacco dalla parte mal sicura della muraglia e desiderosi di salvare lor terre, convennersi di sborsargli quattromila nummi d’argento. Il vescovo di più colle sue incessanti preghiere a pro di tutto l’oriente riuscì ad averne parola, che ove recassegli mille aurei vedrebbe tratto l'esercito dalle terre imperiali.