Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/23

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LIBRO PRIMO 3

combattere a piè fermo; uomini per verità di tal indole non arriveranno mai a persuadersi che il valore di quei tempi sia giunto sino a noi; ma che la sentenzino da giudici poco illuminati e giusti è chiaro a vedersi, non ponendo eglino mente che i balestrieri di Omero, così nomati non senza qualche dispregio, erano mancanti di cavallo, di dardi, di scudo e di ogni personale difesa; che guerreggiavano sempre appiede, e che la necessità inducevali a riparare sotto la targa de’ loro compagni, o dietro i circostanti rialti, da dove non potevano più nè voltar delle spalle, nè incalzare i fuggenti nemici. Meno poi cimentavansi in aperta campagna, ma quasi rubatori avresti tu detto combattessero. Tendevano eziandio sì poco l’arco e sì sconsigliatamente maneggiavanlo traendone la corda ver la mammella, che dallo strale scoccato poteasi attendere sol lieve ferita1. I nostri arcieri per lo contrario escono in campo armati di corsaletto, e di stiniere di ferro insino alle ginocchia, ed alla destra vedi loro il turcasso, alla sinistra la spada cinta; havvi pur di quelli cui pende dall’omero e chiaverina e scudo a riparare lor teste. Sollevano altresì l’arco a livello della fronte, e tesane la corda sino all’orecchia destra, avventano frecce con violenza tale che non v’ha scudo o lorica da cui sperare salvezza. Ma chi non discorre e considera siffatta-

  1. Così era ai tempi favolosi d’Omero. In appresso però gli arcadori cretesi mostrarono il grandissimo conto che far si dovea di quest’arma, e guai a Sparta se fossele mancato il suo aiuto nel guerreggiare la Messenia (V. Paus., lib. iv, Messenia).