Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/245

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LIBRO SECONDO 223

VI. Or mentre gl’imperiali da lunghissimo tempo rimanevansi colà fermi ad attenderne la venuta, molti cristiani ammalarono di febbri maligne per essere tutta la parte di Mesopotamia a confine della Persia calda a segno che i Romani (quanti in ispecie numeravansene di recente arrivati dalla Tracia, dove assai intenso è il freddo) impotenti a vivere nel cuor della state sotto quel sole ardentissimo infermavano in copia sì grande, che la terza parte del campo dir si potea senza esagerazione alle prese colla morte. Ognuno adunque desiderava abbandonare l’infelice dimora, e più che gli altri Recitanco e Teottisto, i quali vedendo il tempo delle immolazioni saraceniche già trascorso 1 temevano di lasciare esposta la Siria alle scorrerie di Alamandaro, ad impedirle spesso e fortemente chiedevano il commiato loro. Belisario avvertita la universale inclinazione propose la faccenda in consiglio, e Giovanni di Nicola, levatosi in piedi, gli dirizzò queste parole:

VII. «Devo io qui confessare, eccellentissimo Belisario, di non aver mai veduto condottiero alcuno di fortuna e di virtù pari alla tua, il quale sì grandi cose operasti da salire in altissima riputazione presso non meno de’Romani che de’barbari, e tal fama con ogni diligenza ti conserverai se valgati l’animo di rìcondurci sani e salvi entro le terre imperiali, unico scopo delle nostre presenti speranze. Imperciocchè volgendo lo sguardo all’esercito, scorgeremo noi tutti nella massima oscurità intorno al destino che scortò

  1. (1) V. il cap. 16 di questo libro.