Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/278

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256 GUERRE PERSIANE

giarlo con parole in mirando portare chi terra e chi acqua laddove maggiormente svolgevansi que' fieri turbini, sperando così vincere il sottoposto vulcano; era però un affaticarsi indarno, conciossiachè al versarvi la terra scompariva ben sì il fumo, come vuol ragione, ma solo per isgorgare con duplicata veemenza da nuovi spiragli sotto cui vie più ingagliardiva la possa delle fiamme. Ove similmente attendevasi qualche buon effetto dall’acqua, producevane questa uno contrario coll'aggiugner forza al solfo ed al bitume, non avendovi mezzo di usarne in tanta copia quanta richiedeva il bisogno per renderla prevalente all’incendio: sì crebbero in fine que' densi vortici coll'annottare da essere visibili ai Carreni ed a più lontani popoli. I Romani allora, saliti anch’egli sopra il cavaliere, attaccarono vigorosamente il nemico e n’ebbero vittoria, sebbene dovessero presto discenderne vedendosi andare a fuoco tutt’all’intorno.

II. Fallita questa impresa a Persiani, dopo il sesto giorno e' volgonsi ben prima dell’aurora ad assaltare chetamente una parte del muro, e trovato il presidio in profondissimo sonno acconciaronvi le scale per occuparne la sommità; e sarebbonvi riusciti in buon punto se tale del contado, vedute le insidie, non avesse destato le guardie, al cui sopraggiugnere si venne alle mani con grande tumulto e rumore. I barbari, dichiaratasi la vittoria per gli assediati, si ritrassero nel campo abbandonando ogni loro apprestamento a divenir bottino degli Edesseni. Cosroe allora inviò di mezzanotte molte truppe ad espugnare la porta nomata Ma-