Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/377

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LIBRO PRIMO 353

adunque volubilità di travolgere così il nostro primo desiderio? Come potremo inoltre richiamarci delle nostre truppe s’elle prenderanno la fuga abbattendosi colla flotta nemica, mentre per mare andiamo ritti a Cartagine? imperciocchè l’uomo coll’appalesarsi inetto ad evitare una colpa si munisce co’ assai forte ragione per addurla, cadendovi, in sua difesa; e di questa reità loro noi stessi a lieto fine riusciti non sapremmo al certo intieramente purgarci. Parmi altresì falso il ragionar vostro intorno alla tempesta, e ne ripeto le parole: — Al suo nabissar, dicevate, vedremo le nostre navi disperse e condotte, in balia delle onde, lunge dall’Africa, o fracassarsi percuotendo in questi lidi. — Ma di grazia terremo noi più grave la perdita delle vuote navi che non l’esterminio loro unitamente a quello dell’esercito e di tutta la salmeria? Non è poi fuor di proposito che vinciamo l’inimico sorprendendolo quando meno ci attende, sendo frequentissimi gli esempi di coloro che lasciatisi cogliere all’improvvista toccarono la più dolorosa sconfitta, quando in vece col dargli ogni opportunità di provvedere alla sua difesa ridurremo noi stessi a pugnare contro forze eguali. Chi ne assicura inoltre di poter surgere altrove, senza por mano alle armi, avvantaggio che offertosi ora da sè medesimo cerchiam rigettare, e guai se in quel mezzo addivenuto il mar procelloso uopo ne sia d’una doppia difesa, contro i Vandali, dico, e contro la burrasca. Sembrami dunque spediente il non perdere tempo ad abban-

Procopio, tom. I. 23