Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/391

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LIBRO PRIMO 367

turba di Vandali; alla quale comparsa mandano a fretta supplicando Belisario di aggiugnerli sendo in pochissima distanza il nemico. Partito il messo e fattosi tra loro consiglio intorno all'imminente gravissimo pericolo, gli uni opinavano doverlosi affrontare da soli, vi dissentivan gli altri non estimandosi a bastanza forti. In tale mezzo appressava Gilimero co' barbari seguendo la via tra Belisario ed i Massageti che rotto avevano Gibamondo, ma gli spessi colli ond'ingombre la pianura toglievagli per ancora dalla vista la strage de' suoi. Avvicinatesi vie più le due fazioni cominciarono a scaramucciare insieme, bramando impadronirsi entrambe di un altissimo poggio e molto idoneo a fare giornata. Primi i Vandali a salirlo rispingonne i Romani che retrocedono fuggendo sino a tal luogo sette stadj lontano da Decimo, e custodito da Uliare, lancia di Belisario, con ottocento pavesai. Destossi allora in tutti la speranza di vederli rianimati dal duce, e condotti novamente alla pugna, ma pur questi in cambio, vinti dal timore, indietreggiarono cogli altri alla volta del campo.

III. Io qui non saprei dar ragione del perchè Gilimero concedendo al nemico di raccorre il fiato rinunziasse ad una certa vittoria; se non che dobbiamo lutto riferire a Dio, il quale volendoci gastigare ne toglie il consiglio e l'intelletto, acciò addiveniamo insufficienti ad opportune deliberazioni. Per verita s'egli in quel giorno medesimo posto si fosse ad incalzare il nemico, Belisario a mio avviso non avrebbegli in modo alcuno potuto resistere, e tutto per noi sarebbe andato col peggio, tanta era la moltitudine dei barbari, e