Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/100

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98 alfredo panzini


Lesbia vi è scappata via a ballare e siede fra costoro. «O Lesbia, amata quanto donna alcuna non sarà mai amata!». Voi gorgheggiate come un canarino. Piuttosto fatevi tagliare quei capelli, ungeteli, ingommateli! Non vedete gli altri? Lesbia è veramente una raffinata fanciulla. I suoi baci sono con lungo palpito e grande umidore. Ne pretendevate la esclusività?

Lesbia, dolce nome, dama profumata che faceva i bagni freddi e i bagni caldi: labbra di rosa e dentini di gelsomino, non fosti tu a corrompere i Romani con i tuoi baci.

E non venga in mente di credere che i Romani non usassero baci o assai raramente, e che quei «baci cento», «baci mille» fossero un’invenzione di Catullo.

Stando anzi alle dichiarazioni di quella gente inutile che sono i satirici a Roma fu una frenesia di baci: e anche in pubblico, e per le vie.

Sembra piuttosto che quei baci di Grecia e di Roma non contagiassero con l’atra lues, che doveva far prendere il velo del lutto a Venere, e rese celebre il nome dell’altro veronese Gerolamo Fracastoro. «Fu una cosa mostruosa, — dice il medico Fracastoro —, che è venuta coi secoli, i quali —, dice lui — porteranno altre cose mostruose.»