Pagina:Panzini - Il romanzo della guerra, Milano, Lombardo, 1914.djvu/69

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Eppure la condizione d’Italia è ben tragica: o grande Slavia o grande Germania.

Nei canti di quei terribili Serbi e Montenegrini si canta: Da Trieste a Cattaro, tutto slavo!

Penso a quella buona massaia che dava il becchime alla sua gallina e le diceva: «Ti metterò a lesso oggi o arrosto domani, gallinella?» Certo è preferibile attendere domani, ma l’entusiasmo non può essere di troppo.

L’amico Serra nutre, invece, molta fiducia nella dolcezza dei canti slavi: «Certe nenie melanconiche di quel popolo, che canta la morte prima di avere provato la vita....» Sarà, caro Serra: ma veda: io ho conosciuto, in una bella città d’Italia, una signorina slava, alta pallente come spiga, profumata come il mughetto d’aprile. Ella era intonatrice di cori in una chiesa russa, tutta d’oro.

— Venga con me nella chiesa russa tutta d’oro? — mi disse.

Era di Marzo. Ella aveva un’enorme pelliccia: il volto di madreperla usciva da quella pelliccia.

— Vede i russi? — proseguiva — Signori russi, dame russe si recavano alla chiesa. Piccoli, gravi inchini.

Sentirà — ripeteva gioiosa — come è bella la musica russa! — Ma io ero distratto quella mattina di marzo. Pensavo a tutta la deliziosa bianchezza che era raccolta