Pagina:Panzini - Lepida et tristia.djvu/284

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206 divagazioni in bicicletta


Questo consiglio mi sembrò ragionevole pensando che i frati francescani, gelosissimi del loro eremo della Vernia, debbono essere anche nemici delle cose nove, misoneisti, come si dice oggidì.

Una bicicletta nella foresteria del convento avrebbe potuto essere giudicata come una violazione o per lo meno dare segno di poco rispetto alle cose sacre.

S’aggiunga l’ossequio alla tradizione: È notorio che San Francesco era un famoso camminatore, non tanto forse, per vigoria delle gambe quanto per quella irrequietezza e bisogno di non star mai fermo in un luogo nè con la mente; la qual cosa è un segno non solamente dei santi veri come San Francesco (anche nostro Signor Gesù Cristo, bisogna convenirne, era un uomo di una irrequietezza straordinaria; camminava anche per il mare); non solo — dico — dei Santi, ma anche dei poeti, degli inventori e trovatori di cose mirabili e dalle quali poi gli uomini trassero straordinarii benefici.

Cristoforo Colombo fu un grandissimo vagabondo; Ulisse non era mai pago del luogo a cui approdava; Giordano Bruno fu un cavaliere errante per la sua Idea. Anche Dante fu un irrequieto straordinario, tanto che l’Italia gli parve poca e varcò i confini del mondo reale. Che dirò di Torquato Tasso, vagabondo come nobile belva ferita, di Vittorio Alfieri, di Giacomo Leopardi, di Giorgio Byron, di Percy Bysshe Shelley che vi morì? Irrequietissimi a conoscenza di tutti.

Anche quel sereno poeta e umanissimo filosofo, che parve tutto decoro, tutta mansuetudine, tutto onore ai suoi contemporanei, io voglio dire Francesco Petrarca, fu tra gli uomini più agitati dalla mania del moto che io mi conosca. Non istava bene in nessuna città; e tanta fu la passione dei viaggi che diventò persino alpinista, la qual cosa allora non era di moda.

Concludendo: tutti questi uomini che furono dalla