Pagina:Pensieri di uomini classici sulla lingua latina.pdf/25

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
 
—( 25 )—
 


Perché gli son compagna
L’estivo raggio ardente
L’agricoltor non sente,
Suda ma non si lagna
Dell’opra, e del sudor.

Ma si depongano omai le latine cetre e le italiche. Né già che io mi avvisi con simili esempj detrar punto alla gloria di que’ sommi maestri che vi mostrai aversi con tanto artifizio dell’altrui spoglie vestiti, poiché l’opere loro furono a tanta altezza levate che né lode, né censura potrebbe più levare o aggiungnere nulla alla loro fama. Né del numero intendo io farvi di quel miserabile imitatorum servum pecus abborrito da Flacco; ma sibbene celebrare l’esempio di que’ gloriosi che pigliando da tutti, come vedeste, la parte più bella del parlare giunsero a crearsi uno stile che si può dire tutto lor proprio; come fece Annibal Caro quell’ape di tutti i bei fiori di lingua, come chiamavalo il cantore della Basvilliana, che nel suo immortale volgarizzamento dell’Eneidi sullo stelo dei fiori di Marone ne suscitò mille altri d’altro colore, e di odore purissimo e soavissimo, così che freschi, cari, ed eterni saranno sempre la delizia dell’italica lingua. Deh! che non abbiano gli stranieri ad oltraggiare l’Italia dicendo ch’essa è la terra delle ricordanze. È debito d’alti ingegni (scrisse Monti) amar la patria principalmente in quelle cose che non pendono né dal ferro né dalla fortuna (e son queste la latina lingua e la italica) onde (ei segue a dire) vengane certa vergogna a que’ vili cui parve poco il deporre l’italiano animo se con esso non deponevano ancora la nativa favella. Né vorrà certamente, l’Italia, madre feconda di gloriosi ingegni la sacra eredità ripudiare dei Latini Scrittori, né tampoco l’onta chiamarsi sopra delle straniere na-