Pagina:Pensieri e giudizi.djvu/189

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SAGGEZZA ANTICA 171

Comentando un maligno detto, più acuto il rendi.
Chi misfar vuol sempre cagion ne trova.
O infermo, se il tuo medico nomini erede, guai!
125Male colui vivrà che ben morir non sa.
Gl’ingrati ognor c’insegnano a diventar cattivi.
La malizia, per nuocere meglio, si finge buona.
Reo, che onesto si finga, è il reo peggiore.
Avere animo eguale è medicina al male.
130Men che il servo è il padron che i servi teme.
Viver d’altri in arbitrio è triste assai.
Triste dover nascondere ciò che svelare agogni.
Se mai non fosti misero, ben misero t’estimo.
L’indugio a tutti è in odio, ma forma la saggezza.
135Ogni timor può vincere chi sa sprezzar la morte.
Condimento a malizia è lacrimar di donna.
Pazienza, non lacrime, necessità richiede.
Nulla a necessità mai nega il saggio.
Cosa che mutar può, tua non la dire.
140Se da te nulla impari, invan dai saggi apprendi.
Sol chi sa far le insidie, le insidie altrui non teme.
Il non far mal, potendo, è virtù somma.
Turpe non è la margine, che da virtude è nata.
Serbar mal puoi sol tu quello che piace ai più.
145Ignorante non è chi sa d’essere stolto.
Felicità non ha sempre benigno orecchio.
Chi cede a’ suoi, vinto non è, ma vince.
Chi con un ebbro litiga, un uomo assente insulta.
Chi troppo presto giudica, s’affretta al pentimento.
150Servitù acerba a un libero uomo è l’altrui denaro.
L’amante sa che brama, quello che sa, non vede.
Amore e senno è appena a dio concesso.
Frutto al giovine è amor, delitto al vecchio.
Ama il padre s’è giusto; se non è tale, il soffri.
155Fa’ tuoi se soffri i vizi dell’amico.