Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/149

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Se avessero fatto studio sui tanti esperimenti che fecero que’ popoli, e tutti invano, per impedire l’usurpazione di chi reggevali; se avessero meditata la storia di un’epoca meno remota, quella degl’italiani del medio evo, che pel loro stato economico, religioso, morale, si rassomigliavano ai francesi più che i greci ai romani, ai sarebbero convinti facilmente come sia cosa impossibile limitare l’abuso ed evitare il despotismo, allorchè delegasi a pochi la sovranità ed il potere che risiede in tutti, e per sollecitudine delle forme lasciasi sfuggire la sostanza delle cose.

La Francia al novantatrè subì l’esperienza medesima, che già avevano subito gli italiani nel medio evo. I nobili, domati dal regio potere, avevano smesse le armi, ed il re aveva vinto un rivale, ma perduto un sostegno. Intanto come in Italia il popolo, combattendo a difesa del papa, conobbe di avere diritti, così in Francia, assumendo la difesa del re, imparò a difendere sè stesso. Parteggiando pel re, egli credette migliorare, ma svincolato dalle strette del feudalismo, videsi abbandonato, privo di mezzi ed appoggi, in una lotta ineguale coi ricchi; sospinto dai suoi dolori rovesciò il trono; in tal modo la rivoluzione si compì, rivoluzione, che, come quella del mille in Italia, fu il trionfo del comune sul medio evo. Agli italiani bastarono sei secoli per cangiare in popolare il barbaro reggimento, ai francesi ne bisognarono quattordici. L’unità, l’indipendenza assoluta, le superstizioni del cristianesimo scrollate, il prestigio de’ nomi caduto, resero, all’estremo, la Francia più maestosa dell’Italia; furono idee, non famiglie, che parteggiarono il popolo. Ma la stessa unità, la minore energia della plebe, lo spirito di libertà poco comune, insomma lo spirito repubblicano, universale in Italia, e difettivo in Francia, e per contro le tradizioni della monarchia fortemente sentite, distrussero in dieci anni