Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/247

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dotto, ma il numero de’ consumatori, per la crescente miseria, scema. Pochissimi possessori di sterminate ricchezze, fra le miriadi di affamati, è il fine verso il quale inesorabilmente ci avviciniamo. Abolite la proprietà, supponete che la società abbia subito le proposte riforme, ed al crescere delle ricchezze, ugualmente sparse su tutti, crescerà per conseguenza il numero dei consumatori.

In ultimo, poniamo il caso che un capitalista coi suoi milioni venga in mezzo a una nazione così costituita, ed esaminiamo in che modo possa impiegare il suo danaro. Non potrà acquistar terre, perchè la nazione è la sola padrona, ed essa non vende e non riconosce il diritto di proprietà; fabbricare palazzi nemmeno, perchè la nazione, padrona di tutti gli edifizii, se ne impadronirebbe; affidare i suoi capitali ad una delle tante società in cui è ripartita la nazione sarebbe perderli, perchè i capitali di esse sono proprietà nazionali, ed egli non potrebbe sperare altro guadagno che quello di essere ammesso come semplice socio, ed aver la sua parte al lavoro ed al lucro, come tutti gli altri operai; stabilire un lavoro, un negozio per proprio conto nol può, perchè non troverebbe operai in uno stato ove tutti fanno parte di società; onde trovarli potrebbe forse giovarsi di operai stranieri, e così col suo stabilimento far concorrenza alle arti nazionali? Ma, appena fosse per cominciare il suo lavoro, il governo interviene, riunisce gli operai e dice loro: «Voi, per le leggi dello Stato, avete facoltà di amministrarvi e reggervi come meglio credete; tutti avete uguale diritto al godimento del guadagno, il capitale non può appartenere a nessuno, ma allo Stato, e voi ne sarete gli usufruttuarii, ed il capitalista con voi, se gli conviene.» — Una tale sentenza, senza esservi bisogno dell’intervento del fisco, e dei birri, gli operai mede-