Pagina:Poemetti italiani, vol. IV.djvu/49

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     Allor voltossi: ed io: o Pier Leone,
Ricominciai a lui con miglior lena,
Che del mondo sapesti ogni cagione:

     Deh dimmi, questa vita alma e serena
Per qual demerto suo tanto ti spiacque,
Che volesti morir con sì gran pena?

     Qual sì fiero desir nel cor ti nacque?
Qual cieco sdegno a non curar ti strinse
Del corpo tuo che ’n tanto obbrobrio giacque?

     Che ti val, se ’l tuo senno ogni altro vinse?
Che l’ingegno e ’l valor, se l’ultim’ora
Con la vita la gloria insieme estinse?

     O padre, o signor mio, l’uscir di fora,
Come tu sai, non è permesso a l’alma:
Nè far si dee, se ’l ciel non vuole ancora:

     Che ’l dispregiar de la terrena salma
A quei con più vergogna si disdice,
Che più braman d’onor aver la palma.

     Ogni riva del mondo, ogni pendice
Cercai, rispose, e femmi un altro Ulisse
Filosofia, che suol far l’uom felice.

     Per lei le sette erranti e l’altre fisse
Stelle poi vidi, e le fortune e i fati,
Con quanto Egitto e Babilonia scrisse.

     E più luoghi altri assai mi fu mostrati,
Ch’Apollo ed Esculapio in la bell’arte
Lasciar quasi inaccessi ed intentati.