Pagina:Poemi (Byron).djvu/150

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146 il giaurro

L’occhio fisa di timida gazzella,
490E immaginar ben tu potrai qual fosse
De le luci di Lejla il dolce incanto.
Eran ampie così, languide, e brune,
Ma l’alma ne splendeva a ogni scintilla,
Che lucida fuggìa da le palpebre,
495Pari a la gemma di Gianscid;... sì, l’alma!
Creta spirante, a noi, ne le vezzose
Forme, se vuol l’alto Profeta additi,
No, per Allà, non fia ch’unqua mel’ creda;
Foss’io su l’arco d’Al-Scirat14 che ondeggia
500Sul pelago tremendo; a me d’innante
Si dischiudesse il Ciel, e colle destre
Me accennasser le Urì tutte del Cielo,
Deh! chi potrìa di Lejla giovinetta
Un occhiata scontrar, e sacra legge
505Aversi tal, ch’esser, ma polve, insegna
La donna solo, inanimato oggetto,
Trastullo di fantastico Tiranno?
Deh! lei miri il Muftì, vedrà qual arda
Ne la pupilla sua raggio immortale!
510Sovra la bella intatta guancia sparso
Ha il melagrano lo sbucciante fiore,
Fior che nuovo mai sempre ha il suo vermiglio;
Pari a giacinti svolgonsi le chiome,