Pagina:Poemi (Byron).djvu/52

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50 il corsaro

» Di Cristiano non è; nè questi miei
» Ti son nemici! Perchè sovra il desco
» Lasci negletto, e inassaggiato il sale,
» D’amistà sacro pegno, che la punta,
» Se lo comparti, d’ogni acciar rintuzza,
» E le avverse tribù con dolce nodo
» Lega così che ti parrìen fratelli? » —
» È lauto il prandio cui lo sal condisce,
» E son mio pasto ognor poche radici,
» E mi dissèto, a chiaro fonte ognora.
» Il severo mio voto,3 e il dover mio
» Vietan che cena I’ m’abbia a mensa altrui,
» Siami amico, o nemico. E nuova invero
» Parer ti dee tanta austerezza; tema
» Non ten’ nasca, Pascià. S’havvi periglio
» Caggia pur sul mio capo; ma nè impero
» Di Te, non scettro di Sultan, farìa
» Sì che cibo qui avessi, altro che pane;
» Rompere il fren de le mie leggi fora
» Grave delitto, nè a la sacra Mecca
» Per l’ira del Profeta, unqua il rammingo
» Mio piè giugner potrìa.» —
» Qual più t’aggrada,
» O rigido, tal sia. Solo rispondi
» E in pace vatten’poi. Quanti.... che miro?