Pagina:Poemi (Byron).djvu/68

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66 il corsaro

Forma caduca, di celeste bello
Splendida in volto; l’un’eburnea mano
Regge una lampa, e gentilmente il raggio
L’altra ne vela, perchè repentino
Su quegli occhi non scenda; su quegli occhi
Or chiusi, e ch’ahi! sul proprio scempio aprirse
Dovran ben tosto, e risserrarse a bujo
Eterno poi. Ma la leggiadra forma
Simile a spirto lieve, con sì negra
Pupilla, e tanti vezzi su la guancia,
E nudo piè che fulge come neve
Sovra il terren, e come neve, muto,
Muto vi posa, in così fosca notte,
Fra tanti armati, come qui sen’venne?
Come?.... Oh, di’ qual non ha possanza ardire
In cuor di donna a te simìl, Gulnara!
Non chiuse in pace occhio costei; ma quando
Udì il Pascià ripetere nel sogno
Di convitato, e di Corsaro il nome,
Lasciò il suo fianco, tacita l’annello,
Pegno del suo voler, tolsegli, e il passo
Al carcer volse, rapida movendo
Fra le scolte non vigili, o ubbidienti,
Sol che lo veggan, al ben noto segno.
Da la fatica, e da le varie sorti