Pagina:Poemi (Byron).djvu/88

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86 il corsaro

» Di vergin’oro agli occhj miei fulgesse,
» Premio d’ognun de’ suo’ capei, se quanta
» Araba istoria può sognar ricchezza,
» Supplice per costui m’avessi innante,
» Auro, gemma, tesor; salvar da morte
» Nol potrìa no; nè un ora sol redenta
» Del suo viver ne fora.... Egli è fra ceppi,
» Egli è in mia possa, di vendetta ho sete,
» Ed or m’è lieto di pensar qual s’abbia
» Più lento agonizzar, morte più atroce.»—
» Nè placarti desìo, giusto è lo sdegno
» Che ti move o Seidde, e invan pietate
» Farlo mite vorrìa. Ma se il mio labbro
» D’indugio favellò, brama lo schiuse
» Di non veder per te dovizia tanta
» Andar perduta. Nè perchè disciolto
» Così ne fosse, libero vantarse
» Potrìa costui; de’ suoi più forti privo,
» Impotente a tentar, a la catena
» Solo un cenno il trarrebbe.» —
» A la catena
» Lo trarrebbe» di’ tu?.... Ma non è mio
» Già quest’infame?.... Ed io dovrei di vita
» Donargli un giorno ancora? Io dovrei tanto
» Crudel nemico in libertà ridurre?