Pagina:Poesie (Monti).djvu/136

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120 LA MUSOGONIA

     Di sentenza disgiunti e di consigli1,
     Che sperate, infelici? e cui tradite?
     Una, deh!, sia la patria, e ne’ perigli
     Uno il senno, l’ardir, l’alme, le vite.
     Del discorde voler che vi scompagna
     624Deh non rida, per Dio!, Roma e Lamagna2.


    l’aquila: Arma imperiale della nemica Austria.

  1. Di sentenza disgiunti: divisi dl parere.
  2. Roma: Il papa, che, per poter conservare il dominio temporale, doveva aver piacere delle dissensioni degli Italiani, a’ quali solo la concordia avrebbe potuto dare la patria libera e forte: così dicasi dell’Austria (Lamagna). — Il M., con tutte le sue mutazioni, in parte non solo spiegabili, ma anche giustificabili, nutrí amore vivissimo ed immutato alla gran patria italiana. «Ho sospirato e sospiro ardentemente (scriveva con sincerità e veracità al Salfi: cfr. la nota d’introd. a p. 50) l’indipendenza dell’Italia, ho rispettato in tutti i miei versi religiosamente il suo nome, ho consacrato alla sua gloria lo mie vigilie, ed ora le consacro coraggiosamente me stesso, gridando in nome di tutti la verità».




PER IL CONGRESSO D’UDINE


Contenuto: Tra Francia amica ed Austria nemica si tratta su l’Isonzo delle tue sorti, Italia; e tu siedi muta, tremante; incerta se avrai libertà o schiavitù (1-11). Più vile che infelice: che tu non saresti oggi schiava, se non avessi mutato il nativo valore in ignavia, e preposti a Bruto, a Catone, a Scipione tiranni e sacerdoti (12-22). Ma que’ valorosi antichi al suono delle armi francesi alzano la testa, anelando vendetta: e l’avranno, che la fortuna d’Italia non è ancor spenta, se contro il fato avverso sta Bonaparte (23-33). Egli venne, Prometeo novello, a infondere del suo fuoco nella giovinetta repubblica cisalpina: che, tutta armata, disprezza i nemici, i quali non potranno recarle offesa, perché è invincibile chi non teme di morire (34-44). Se ciò sia vero, vel dicano e i Fabi e Coclite e i trecento Spartani, il valore de’ quali scalda il petto de’ Lombardi, che cadranno, ma non vinti, e susciteranno, colla loro morte, la vendetta, che abbatterà i troni (45-55). Allora avverrà il regno della fratellanza universale e della ragione, invano combattuta, perché protetta dal cielo (56-66). Tu, o magnanimo eroe, che chiudi in esile corpo il cuore d’un dio, di’ al tedesco oppressore che la giovinetta repubblica è forte come Alcide in culla (67-77). Molti le fanno oltraggio, ed ella non li cura, come leone che nella mattina si scuote di dosso con un crollo la rugiada notturna, ed alza, terrore delle selve, la fronte (78-88). Canzone, s’è ridestato l’onore italiano, ed è quindi ingiusta la fatta rampogna; e se i re t’accusano d’orgoglio, di’ che l’Italia li aspetta, a provarne le armi, sul Ticino (89-95). — Il 30 giugno del 1797 s’erano dati la posta ad Udine, per esser più vicini a Vienna, i rappresentanti della Francia vittoriosa e dell’Austria per trattare delle condizioni di pace, i primi patti della quale erano stati già stabiliti il 18 aprile a Leoben. Ma Napoleone non vi si recò che il 22 agosto, e il 27 prese stanza a Passeriano, nella villa dell’ultimo doge Manin. Le adunanze, che avvennero ora in città ora nella villa, andarono, fra proteste e minacce d’ogni parte, molto per le lunghe; fino a che nel 17 ottobre fu firmato il trattato di pace, ch’ebbe nome dal