Pagina:Poesie (Monti).djvu/249

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CANTO PRIMO 233

     L’aureo pomo fatal1 lassú produsse
     Ch’Ilio in faville fe’ cader: con questo2
     310L’ardito Aconzio e Ippòmene3 già fero
     (Che non insegni, Amor?4) alle lor crude
     Belle nemiche il fortunato inganno.
     E fu pur questa5 che ad immane drago
     Diè negli orti a vegliar d’Esperetusa
     315Il sospettoso mauritano Atlante;
     Finché di là la svelse il forte Alcide6,
     Spento il fero custode, e peregrino
     Seco l’addusse nell’ausonio lito7,
     Quando di Spagna vincitor tornando8,
     320Nel Tevere lavò l’armento ibero,
     E fe’ sopra il ladron dell’Aventino9
     Delle tolte giovenche alta vendetta.
     Poi com’egli d’Evandro10 abbandonate
     Ebbe le mense e l’ospital ricetto,
     325E a quel giogo pervenne11, ove nascoso
     Agl’Itali mostrò la prima vite
     Il ramingo dal ciel padre Saturno12,
     Ivi sul dorso edificò del monte
     Sezia13, un’umil città, donde Setína
     330Fu nomata la rupe, e qui di Giove
     L’errante figlio14 alla saturnia terra
     Primiero maritò l’arbor divino15,

    nato in cielo il giorno delle nozze di Giunone con Giove.

  1. L’aureo pomo fatal: quello che la Discordia, non invitata alle nozze di Teti e Peleo, gettò nel mezzo del banchetto degli dei, con la scritta alla piú bella. Contesero per averlo Giunone, Minerva o Venere: l’ebbe quest’ultima per giudizio di Paride, onde l’odio delle altro due dee e la guerra di Troia.
  2. con questo ecc.: Aconzio amante di Cidippe scrisse sopra un cedro queste parole: Io giuro a Diana di non esser che d’Aconzio, e lo gettò a’ piedi della fanciulla nel tempio della dea. Cidippe, raccolto il frutto, lesse, e, dovendosi eseguire tutto ciò che in esso tempio si pronunziava, non potè non esser d’Aconzio.
  3. Ippomene, sfidato dall’amata Atalanta. se voleva ch’ella fosse sua, al corso, essendo per perdere, gettò tre arance alla fanciulla, che si fermò a raccoglierle, rimanendo cosí perdente.
  4. Che non insegni ecc.?: Tasso I, 57: «Nelle scole d’Amor che non s’apprende?»
  5. E fu pur questa ecc.: Atlante (cfr. la nota al v. 153. p. 109) diede in guardia gli aranci del giardino delle sue figlie Esperidi (Egle, Aretusa, Esperetusa) a un terribile drago, cui uccise Ercole, portando quegli aurei pomi al fratello Euristeo.
  6. Alcide: Ercole (gr. alké: forza).
  7. Seco l’addusse ecc.: «Evvi una tradizione che Ercole abbia portato in Italia il primo cedro, toccata anche dal Pontano (De Hort. Hesp., lib. I). Anche i Greci credevano di avere ricevuto il cedro da questo eroe (Vedi Ateneo, Dipn. III, 7)». Mg.
  8. Quando ecc.: Virgilio En. VII, 661: postquum Laurentia Victor, Geryone extincto, Tirynthius attigit arva, Tyrrhenoque boves in flumine lavit Hibernas.
  9. il ladron ecc.: Caco, che, avendo rapito il bestiame ad Ercole, fu da lui ucciso a colpi di clava. Cfr. Virgilio En. VIII. 190 e Dante Inf. xxv, 25 e seg.
  10. Evandro: capo della colonia degli Arcadii che si stabilirono anticamente nel Lazio, Cfr. Virgilio En. VIII, 51.
  11. quel giogo: ai monti laziali.
  12. Il ramingo ecc.: cfr. la nota al v. 73, p. 99.
  13. Sesia: ora Sozze, celeberrima una volta pe’ suoi vini. Cfr., fra gli altri. Giovenale V, 33.
  14. di Giove.... figlio: Ercole. Cfr. la nota al v. 507, p. 115.
  15. l’arbor divino: il ce-