Pagina:Poesie greche.djvu/63

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14. D’ignoto.

Io sono Nèmesi 1,
  E porto il cubito
  Perchè? dirai.
  A tutti prèdico: —
  Il troppo mai.

15. D’ignoto.

Con le sue labbra tenere
  Una fanciulla un bacio un dì mi dava.
  Era quel bacio nettare,
  Che dalla bocca nettare spirava.
  M’ha il bacio inebrïato,
  E fiero amor per esso in cor m’è entrato.

16. D’ignoto.

Arma i tuoi dardi, Venere;
  Altra mira colpita
  Sia da te pure; mancami
  Anche il posto a ferita.

17. D’ignoto.

Due mali soffro, povertade e amore;
  Facil m’è bene il sopportare il primo.
  Ma di Vener non so vincer l’ardore.

  1. Nèmesi, da νέμω distribuire, che in altro aspetto è dea della vendetta, qui è dea dell’ordine, figurato nella misura del cubito.