Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/185

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dal «tacito abburattato» 179


I

DISCORSO TERZO

Argomento

Germanico, che in apparenza amato, e in fatti sommamente odiato era da Tiberio, riportò vittoria nella Magna de’ tedeschi, e rizzato poscia un nobile trofeo, dedicollo a Giove, a Marte e ad Augusto, senza fare di sé menzione. Le parole di Tacito son queste: Laudatis Pro concione victoribus Caesar, congerient armorum struxit, superbo cum titillo. Debellatis inter Rhenum Albimque nationibus, exercitum Tiberii Caesaris ea monimenta Marti et Iovi et Augusto sacravisse. De se nihil addidit, mela invidíae, an ralus conscientiam facti satis esse. (Annalium, lib. II).

Quattro cose disse il saggio esser difficilissime a conoscersi: la via dell’aquila nel cielo, del serpente sulla pietra, della nave in mezzo al mare, e del giovane nel fior degli anni. Io, qualor temeritá non fosse il voler mettermi in dozzina co’ Salomoni, aggiungerei la quinta, ciò son l’opere de’ prencipi e de’ grandi; i quali amano, ch’elle molto ben si osservin da ciascuno, come cose da ammirarsi, e sdegnan, che da alcuno vengano comprese, come cose la capacitá umana molto eccedenti. Onde a chi va pure rintracciandole altro al fin non riescono, che quella luna, della quale si facetamente dice l’Ariosto nella terza satira:

     Chi con canestro e chi con sacco per la
montagna cominciar correr in su,
ingordi tutti a gara di vederla.
     Vedendo poi non esser gionti piú
vicini a lei, cadeano a terra lassi,
bramando in van di esser rimasi giú.

Quindi temerario parrò io in pretendere d’indovinare, da che mosso mai Germanico, dopo di aver eretto a Marte, a