Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/264

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258 virgilio malvezzi


si rivolge; se gli astri, sempre vari d’aspetto, c’influiscono; se un’aria ad ogni istante mutabile ne circonda; se un temperamento ineguale ci forma: qual sará quegli che conservi il medesimo tuono a onta del cielo, delle stelle, degli elementi, del temperamento? Certo, il sapiente. Siamo fatti spettacolo a Dio ed agli uomini, disse Paolo. E che degno spettacolo vedere un uomicciuolo, un pugno di terra, un punto, un niente, contrastare con la vastitá de’ cieli, con gl’influssi delle stelle, con la macchina degli elementi, con la sua propria natura, e vincere? L’eguale domina gl’influssi, perché va contro di loro, sempre stabile; l’ineguale è dominato, perché gli segue, sempre vario (A. 253-4).

III

La pazienza, madre di tutte le virtú.

Quando Aristotele biasima i lacedemoni, che tutto libravano nella virtú della fortezza, disse che una non bastava e, quando una si avesse da eleggere, non doveva essere la fortezza. Lasciò di nominare quella a cui dava il primo onore: se la nominava, per mio avviso forse era la pazienza, perché in se stessa direttamente contiene l’altre, come le semenze e le radici il frutto e l’erba. Se le virtú morali sono ordinate al bene in quanto lo conservano nella ragione contro l’impeto delle passioni, e se queste le accommettono1 con la tristizia, e se di essa è regolatrice la pazienza, chi fra quelle le negherá il primo onore? Sí come il medico cura i difetti del corpo, cosí la pazienza i vizi dell’animo. Operano ambidue col rimovere gl’impedimenti. Vero è che in ragione piú d’instrumento che d’efficiente; ma se il medico si dice cagionare la sanitá, avvenga che non sia egli ma la natura, chiamerassi anche la pazienza di tutte le virtú producitrice (C., 342-3).

  1. [Spagn.: acometer; le assalgono.]