Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/267

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pensieri politici e morali 261


non ha lasciato pure alla nostra fiacchezza d’arrivare all’estremo del bene, perché vogliamo credere che l’abbia lasciato alla malizia d’arrivare all’estremo del male? (D., 67-8).

VIII

Le qualitá delle vesti e l’animo.

Pare che l’uomo, come se imprimesse la qualitá che è in lui nel suo vestimento, quando pensa potergli giovare se lo veste, e quando nuocere, se lo spoglia. Vestono l’abito senatorio quei padri che rimangono in Roma preda dei Galli e per un pezzo gli raffrenano. Veste il sacerdotale quel Fabio che, intatto, passa fra gl’inimici e sacrifica; san Leone papa il pontificio e placa l’ira del barbaro tiranno. Pel contrario, s’inferma il figliuolo a Davide, rompe e getta i vestimenti. Sente Giobbe moltiplicare gl’infortuni, e se ne spoglia. Né quivi si pone la meta delle grandi afflizioni, molti a stracciarsi i capelli e alcuni anche a dilaniarsi le carni avanzandosi. Rappresentasi loro ogni cosa ripiena di quella qualitá che allora gli tormenta. Si danno ad intendere diminuirla con lo spogliarsi i vestimenti, col gettare i capelli, col versare il sangue, come se con essi spogliassero, gettassero, versassero parte del tormentoso dolore che gli affanna (C., 309-11).

IX

L’umor malinconico.

La malinconia, che non è feccia ma fiore del sangue, che non è carbone ma gemma, è quella che produce gli eroi, perciocché, confinando colla pazzia, conduce gli uomini al massimo, fuori del quale non si può passare e dentro del quale si estende tutta la latitudine della nostra sapienza ( T., 150).