Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/271

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pensieri politici e morali 265


questi, ina solo per le spalle; perché del suo operare son per dire esser ignoto tutto ciò che non è passato. Il non servirsi della prudenza è bestialitá; il fidarsene, arroganza. L’uomo, per operar bene, quantunque pieno di scienza, ha bisogno di un non so che di piú, che non può né apprendere né insegnare né conoscere d’avere, se l’esperienza non glielo mostra, né che cosa si sia dopo averlo sperimentato. Se questo non è vero, era frustatorio a Socrate, il piú prudente uomo della gentilitá, quello ch’egli credette demonio, di cui si confidò piú che della propria sapienza ( A., 223-4).

XIV

La fortuna come forza che è nell’uomo.

Perché ha da essere lodato nell’uomo l’ardire e non la fortuna? Egli non ha piú parte nell’esser ardito che nell’esser fortunato. Forse crediamo ch’ella sia fuori dell’uomo, perché non la vediamo nell’uomo? Ma ella nasce con noi come le altre qualitá, e, se non è operazione d’intelletto, è una cosa almeno che muove l’intelletto a far operare quando è il tempo d’operare. È una spezie d’entusiasmo. Egli fa parlar bene a chi non sa perché parli: ella fa operar bene a chi non sa perché operi; forza e valore dell’ultima individuazione d’un temperamento, che non solo opera nel soggetto, ma anche fuori del soggetto trasmette sue qualitá, da cui nascono entro noi operazioni in utile altrui, motivate da un non so che, che non sappiamo quale che sia ed è la fortuna di colui. Ella è un incanto del temperamento, come la rettorica della lingua, e si fa servire da tutte l’altre parti dell’uomo (R., 115-6).