Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/276

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270 virgilio malvezzi

XXIII

Avere e darsi morte.

Siami lecito dire che la morte è piú orrida nelle mani d’uno adirato che nelle nostre; e che, di piú anche, ricerca maggior cuore, quantunque sia minor pericolo, l’ammazzar altri che l’ammazzar se stesso. Quello vuol animositá, e questo nasce sovente da debolezza di cervello o da viltá di cuore, perché un petto generoso di rado trova chiusa la strada per modo che non si possa rendere gloriosa la sua morte. Egli è un cedere alla fortuna, con la quale i coraggiosi combattono intrepidamente fino all’ultimo spirito. Quante feminelle si son date morte da se stesse, che non averiano osato rimirare, non che aspettare, il guardo cruccioso d’un uomo! E quanti, per fuggire il ferro dei nemici, si sono precipitati da dirupi, sotterrati nei pantani e immersi nell’acqua senza speranza di vivere? (T., 160-1).

XXIV

L’uno e il due: la ragione di stato di Dio e quella del diavolo.

Non ebbe intenzione, a mio credere, Lucifero di farsi grande e rilevato per salire sopra Dio, perché in quel modo averebbe avuta intenzione non di sciogliere l’unitá ma di migliorarla, il che poteva conoscere impossibile col solo dono naturale della scienza. Ebbe egli, dunque, pensiero d’inalzarsi col tirarsi da un lato e partirsi dall’uno formando il due, sopra del quale poscia, come sopra di centro, disegnò la sua circonferenza diversa da quella di Dio; né si poteva partire dall’uno se non diventava cattivo, perché tutto quello che è buono, è uno. Iddio, tirando la linea dalla sua circonferenza, per formare il tre, creò l’uomo; il diavolo spinse anch’egli una linea dalla sua circonferenza per fare il quattro, e lo sedusse. Iddio, che non volse lasciar l’uomo in mano del diavolo, lo venne a redimere,