Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/288

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282 virgilio malvezzi

XLV

L’instabilitá della fortuna.

Se tutte le cose del mondo patiscono questo movimento, perché l’ascriviamo sopr’ogni altro alla Fortuna? Certo, perché ne ha meno, e per questo è piú instabile, mancandole anche la stabilitá dell’instabilitá; ond’è che ci lamentiamo della sua beneficenza e ci maravigliamo per la nostra ignoranza, non essendo ella sempre instabile e non sapendo noi quando sará (A., 260).

XLVI

La riduzione del mondo all’uno e la monarchia universale.

Non vuole Iddio che godiamo tanta felicitá quanta goderessimo se il mondo fosse d’un solo. Pei peccati degli uomini, permette tanti principi e repubbliche sulla terra. Cominciò questa dal comando d’un solo e finirá quando arriverá dove aveva cominciato. È però forza che si perda chi alla monarchia universale s’incammina: o perché non la può conseguire, e si perderá solo; ovvero col mondo, dopo che l’avrá conseguita (A., 112).

XLVII

La morte.

Non è la miglior cosa nell’universo di quella che è la peggiore negl’individui. La base, sopra la quale ergendosi questo colosso del mondo palesa la sua bellezza, è la morte. Ella è la parte piú grave del concerto, ove stanno appoggiate tutte le consonanze dell’universo. Che cosa sarebbe egli, dopo la perdita della giustizia originale, se non si morisse? Il timore di quella raffrena gli uomini fortunati. La speranza trattiene gl’infelici dalle scelleraggini. Chi levasse la morte, leverebbe dalla