Pagina:Pontano - L'Asino e il Caronte, Carabba, 1918.djvu/100

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il caronte 93


Eaco. — Io ricordo benissimo quando questi due son venuti davanti al nostro tribunale; e m’è rincresciuto che Plutone non ce li avesse dati invece a colleghi.

Min. — E tu credi che sia mancato il tempo a coloro i quali, dopo avere misurato a stadii il cielo, si sono dati tanto da fare per determinare se il numero delle stelle fosse pari o dispari? E quelli che perdono i giorni e le notti della loro vita a mescere sughi di erbe e minerali diversi, facendoli poi ribollire a gran fuoco per fare l’oro? E quelli che descrivono le battaglie degli Dei, e le loro ferite e le loro sciagure? A me pare che quelli che si occupano di queste sciocchezze, dovrebbero lagnarsi della loro insulsaggine e non della brevità della vita!

Eaco. — Succede spesso purtroppo che chi si crede più sapiente, è più stolto degli altri. Ma ecco Mercurio che arriva...

Min. — Quanta folla intorno a lui! Ma che fa?... Pare che faccia una specie di scelta fra le ombre... O non le bolla a fuoco sulla fronte?

Eaco. — Forse perchè noi possiamo conoscere più facilmente la loro stirpe, la professione, la condizione sociale...

Mercurio. — Via di costì, tu! Il tuo posto è là, fra quella plebaglia venale... Piricalco, costoro li segnerai col bollo giudaico.

Piric. — Eh! il genere lo conosco; vorrei sapere il loro mestiere.

Merc. — Usurai tutti quanti: voi, andate dietro a costui, e ritiratevi là a sinistra. Ora a voi, lenoni; presto! Sai chi sono, non è vero? e come bisogna bollarli!