Pagina:Pontano - L'Asino e il Caronte, Carabba, 1918.djvu/104

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il caronte 97

spiegare la vela; perchè sento un certo venticello alle spalle...

Car. — Benissimo! faremo più presto, io durerò meno fatica, e discorreremo meglio.

Merc. — Ora si va proprio in poppa!

Car.É quello che succede d’estate quando, in queste ore pomeridiane, il sole ha riscaldato la terra e mosso il vento...

Merc. — Ma in questi giorni che venti soffiavano qui? Sulla terra c’era una tramontana terribile, che ha rovinato le viti, e più ancora gli ulivi e gli agrumi.

Car. — Qui soffiava l’Acheronzio, anzi più dolce del solito.

Merc. — O buon Caronte, non vedo là uno che mangia i pesci crudi?

Car. — Non ci far caso: è Diogene il Cinico.

Merc. — E... vive dentro il fiume?

Car. — Ci vive. Perchè essendo le sponde molto alte, e non avendo con che attingere l’acqua dopo che ha buttata via la sua ciotola, preferì viver qui piuttosto che in altri luoghi dell’Erebo, perchè qui ci ha alla mano acqua da bere e pesci da mangiare.

Merc. — Deve avere buon stomaco. E chi è quell’altro che si vede là, che si tuffa sott’acqua e poi emerge, e poi si tuffa ancora, come se fosse uno smergo? Non l’ho visto mai.

Car. — Eppure lo conosci di certo. É Crate il Tebano; e cerca l’oro che un tempo ha buttato via.

Merc. — Ora sì!... E ricordo anche che, trovandomi un giorno in Atene alle Panatenee, fu deriso assai dai peripatetici, perchè ignorava l’importanza che ha il fine in tutte le cose; e non riusciva a capire che sono buone soltanto quelle cose, che sono usate a buon fine. E che perciò il denaro si


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