Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. I, 1916 – BEIC 1901289.djvu/303

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

297

d’essere in ceppi! Ignoto
60v’è dunque il lutto della terra nostra?
veracemente? Io ’l credo,
perché le melodie voi neghereste
all’uom che v’imprigiona.
O forse a voi natura
65piú che a noi generosa indole dona?
Ah! no. Non è la prole
dell’uom cui pianga o rida
il vostro canto: è quest’arcana immensa
beltá dell’universo.
70Oh rosignol, divino
flauto de’ boschi, avessi
i tuoi notturni carmi,
come ho l’aura immortal dei mio destino.
Chi per selva o cittade
75disamar mi potria? chi somigliarmi?
Ma desiar che vale?
Io non ho le vostr’ale,
né voi le mie. Cantiamo,
augelletti, cantiam, sinché la scura
80notte chiuda su noi l’ultima porta,
e Dio trasformi questa poca e morta
in immortai natura.
Allora, allor soltanto
volo perpetuo e canto
85avremo e libertá. D’ira e di frode
troppo ci mette in gara
quest’aiuolctta avara,
che dalle savie lingue ha poca lode.