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| 198 | xiii - da «psiche» |
XLVI
VISITA
— Chi batte a l’uscio della mia dimora,
sí fuor di tempo? Pellegrin, che vuoi?
— Ti dimando ricovro. — È tarda l’ora;
né c’è negozio da trattar fra noi.
5— Aprimi, dico. — Non finisci ancora?
— A me la soglia ricusar non puoi.
— Fuor resta intanto. — Per restar di fuora
son poco saldi i chiavistelli tuoi.
— Or chi se’ tu? — Son la fanciulla bruna.
10— Che vuoi da me? — Tu déi saperlo, io penso;
e tempo da garrir piú non m’avanza. —
Spuntava intanto la gioconda luna;
cadean le porte; e un grave odor d’incenso
giá si spargea per la funerea stanza.
XLVII
ALLA VERGINE
1
Sí, anch’io son corso, e piú che molti audace
col francato pensier, mesto o giocondo,
fuor de le mille tirannie del mondo,
fin dov’ombra comincia e tempo tace.
5E piú ch’era l’abisso alto e profondo,
lo tentai, credo, e ne tremò mia pace:
ma la fé m’è rimasa, ultima face;
né sotto al moggio per viltá l’ascondo.
Anzi dirò che, quand’obliqua e nera
10chiudeami l’ombra, un largo aere sereno
m’aperse al cor questa infantil preghiera:
«Ave, Donna del del, Vergine pia,
refugio nostro. O Madre al Nazareno:
ave, mistica rosa; ave, Maria!».