Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/56

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665Rotte le pietre del nefando rito
su pei barbari mari e nel deserto,
Cartago ha pace. E di Sicania ai figli,
degni però dell’immortai fratello,
appar Ielone, come un dio.
Ma nuovi
670recò la sorte e strepitosi eventi
per le campagne alte del mar.
Chi giunge?
chi guidò quella prora?
— I greci! i greci! —
suona dovunque, e di Leucippo il volto
arde al nome diletto.
Ecco, alle case
675di Ielón s’incammina il valoroso
di Chio Tamante e Lisida, canuto
senno di Sparta.
— Ospiti miei, ben giunti!
Che recate a Ielón?
— Stupende cose,
degne del cielo! 1 nostri figli han vinto
680una insigne battaglia. Orrido ancora
suona il clamor dei barbari ladroni
per le Tessaglie. Il pallido tiranno
vólto è in fuga, ululando. Asia trafitta
l’Ellesponto ri varca.
— Evviva! evviva!
685— Degno d’eterne lodi e di compianto
fu di trecento il fato.
— Oh, narra, narra!
Come fu? come avvenne!
— Era giá Serse
con sue vaste falangi ai primi sassi
della Tessaglia. Ed ecco, ai re di Sparta,
690 per araldi superbi, invia chiedendo
che ponessimo l’armi. — A tòrle ei vegna —