Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/58

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725alle mense di Pluto. — E quel che disse,
con gloria eterna della Grecia, avvenne.
Dell’ellenico dio Tallirne invase,
quei trecento sui tessali macigni
saltar come leoni. E il sole antico
730non vide mai tanto valor. Mortali
giá non parver quei polsi e quelle spade,
tanta strage adunár! Fiumi di sangue
corser le ròcche ignude. E, innanzi a tutti,
Leonida feria l’Asia ululante.
735Alfin sulle ginocchia egri e prostesi,
contrastando così Tultime vite,
al tramonto del sol, videro intorno
arrivar procellosi i nostri campi;
videro, e sceser giubilando all’Orco;
740e trecento di persi alte cataste
furon le tombe dei trecento uccisi. —
Finia Tatuante.
E il giovinetto infermo,
da divino delirio, ah! posseduto,
prese e svegliò la doric’arpa al canto.
745— Oh prodi! oh benedetti
del Flegetonte in riva!
nati di greche madri e a me fratelli!
Per gli squarciati petti
sangue di numi usciva,
750polve di numi è nei trecento avelli.
Ah! sugli eterni sassi
tu, radiante luna,
per correr d’anni, non avrai tramonto.
Vedo a fuggiaschi passi
755l’asiatica fortuna
i flutti insanguinar delTEllesponto.
Ecco il tiranno. Oh, quale
ira di nembo i vasti legni assale!