Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/130

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto ventesimoprimo. 127

102 E la città Corniglia si dicea,
     E Filiberta si chiama la moglie:
     Dipinti questi due nella moschea
     Erano Iddii; e ’l popol quivi accoglie;
     E per paura adorar si facea:
     Volea cavarsi tutte le sue voglie,
     E virgine ognidì per forza prende;
     Poi le metteva ove il buon vin si vende.

103 Avea già fatte tante crudeltade,
     Che tutto il regno suo l’odiava a morte;
     Astolfo, capitando alla cittade,
     Dismonta ad un ostier fuor delle porte,
     E ’ntese da costui la veritade,
     Come il signor governava sua corte
     Con tanta infamia, ingiustizia e vergogna:
     E riposossi, perchè gli bisogna.

104 Or non lasciam però per sempre Orlando:
     E’ si partì donde morì Creonta,
     A que’ romiti venía capitando,
     Dove alcun ghiotto i buon bocconi sconta:
     Un de’ romiti gli vien raccontando
     Di que’ ladroni, e la storia avea pronta,
     Come impiccar gli fece un cavaliere,
     Perchè gli avevon rubato il destriere.

105 Ma e’ si dolieno ancor delle mazzate,
     Ch’Astolfo aveva lor le schiene rotte,
     Un poco le schiavine rassettate;
     Ma de’ ladron che rimisson le dotte
     Lo ringraziavan per la sua bontate.
     Orlando si posò quivi la notte,
     E fece carità12 di quel che v’era
     Il me’ che può co’ romiti la sera.

106 E poi ch’ognun di lor fu addormentato;
     L’angiol di Dio apparve in visione
     A un romito, ed hallo salutato,
     Dicendo: Sappi che questo barone,
     è il conte Orlando, ch’avete albergato,
     Fategli onor, ch’egli è il nostro campione;
     Quel che impiccò color, fu il suo cugino,
     Chiamato Astolfo, un altro paladino.