Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/366

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto ventesimosettimo. 363

87 Egli arebbe il dì Cesare in Tessaglia
     Rotto, e il Barchino10 a Transimeno o Canni;
     E’ si sentia rugghiar per la battaglia,
     Tanto che un verro par ch’ognuno azzanni;
     E braccia e capi e mani in aria scaglia,
     Per finir con onor questi ultimi anni:
     Chè ’l tempo è breve, e pur la voglia pronta,
     E dolce cosa è vendicar giusta onta.

88 E dove e’ vede la gente, s’aggruppa,
     Come aquila gentil si chiude e serra;
     Sì che la schiera sbaraglia e sviluppa,
     E tutti gli stendardi caccia in terra:
     Pensa, lettor, come il campo s’inzuppa!
     Alla turchesca si facea la guerra:
     Abbatte, ed urta, e spezza, e sbrana, e strugge,
     Tanto che solo sperar può chi fugge.

89 E’ si vedeva ora a poggia ora a orza
     La battaglia venirsi travagliando:
     Il campo de’ Cristian facea gran forza;
     Tanto l’alto valor, l’ardir d’Orlando
     Folgore par, che nulla cosa ammorza;
     Ed ogni volta che menava il brando,
     E’ rimanea del maestro la stampa,
     Tanto che pochi di sua man ne scampa.

90 E non pareva nè sorda nè cieca
     Certo quel dì quella vecchia scagnarda,
     Che spesso affila la falce sua bieca,
     Poi raschia l’unghia, e d’Orlando pur guarda;
     Talvolta drieto a Rinaldo si reca,
     E fassi quivi a suo modo gagliarda,
     Ch’ognun s’appicca ov’e’ vede guadagno;
     E Ricciardetto anche fu buon compagno.

91 Rinaldo fece al crudel Gallerano
     Un tratto a caso il più bel moncherino,
     Perch’e’ parea sopra il popol cristiano
     Un lupo in selva arrabbiato menino:
     Chè gli trovò con Frusberta la mano,
     E lo incanto gli fe’ del mal del pino,11
     E dell’abete, e del faggio, e del leccio,
     E non vi venne poi su il patereccio.