Pagina:Raffaello - Lettera a Leone X, 1840.djvu/43

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di gente starsene appiattata, al coperto di ogni attacco del castello s. Angelo, che esso Pontefice avea posto in ordine e ampliato, Raffaello, da quel gentile e sapiente ch’egli era, parla con amarezza di questa demolizione; e gliene cresceva forse il rammarico, l'averne continua sott’occhi la miserabile memoria, dimorando egli in quella via stessa, non molto di lungi al luogo che già si nobilitava da tanto illustre e cospicuo antico monumento.

(4) L’arco male avventurato, del quale fa quì ricordo l’urbinate, debbe esser quello disfatto dal Riario per impiegarne il materiale nell’edifizio del palazzo, ch’è oggi della cancelleria apostolica. E questo io affermo per essere naturale il credere che di un avvenimento de’ suoi tempi egli mova querela; non già che quell’arco si fosse il solo male avventurato. Uno ne fu innanzi a santa Maria in via lata, gittato a terra da Innocenzo VIII, nel rinnovare che fece quella chiesa: e ne lasciarono memoria il Fulvio ed il Bartolomeo Marliano. Un altro, dedicato agli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio, era in Banchi, fra il luogo dove fu la zecca e la chiesa di s. Celso, e oggi più non se ne vede vestigio.

(5) Questo M. Bartolommeo era il nipote di papa Giulio II, al quale sì il Castiglione e sì Raffaello erano stati sommamente addetti. Ma le ruine fatte da quel personaggio doveano quì essere accennate, forse ancor lui vivente, per l'amore della verità e dell'antichità, e per dar gusto al papa presente. Nota di Daniele Francesconi.