Pagina:Raffaello - Lettera a Leone X, 1840.djvu/45

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rone, inchiusi in costruzioni posteriori: le quali però io stimo non ad opera di Tito, nè alle terme di questo imperatore appartenere; ma essere fatte da Traiano, che la parte della casa aurea esistente a piè dell’Equilino condannò a servire di base alle sue terme edificate sul pendio di quel monte.

(10) Questa riflessione dell’esimio dipintore mostra quanto egli vedesse profondamente nelle arti, e come rettamente ne giudicasse. Gran carico hanno i mediocri architetti, avendo sì facile scienza, o almeno sì certa, a governarla di così mal modo, come pur troppo veggiamo farsi tutto giorno.

(11) Una di quelle assurde cantafavole, poste fuori a principio Dio sà come, e che si ripetono quindi, e passano di bocca in bocca e di libro in libro, narra che Raffaello, dopo aver ricopiato dagli avanzi delle terme di Tito (la casa aurea di Nerone) i modi delle pitture di genere compendiario, che adoperò così bene nelle loggie del vaticano, fece chiudere ogni adito a penetrarvi, acciò niuno si avvedesse del suo plagio. Questo passo della sua lettera è la più bella risposta che far si possa al racconto, così poco simigliante al nobile e leale carattere dell’illustre dipintore. Favella ei quì delle reliquie stesse di quelle dipinture antiche, e attestando di averle vedute, viene a dir similmente, che ne avea fatto suo profitto da quel valent’uomo ch’egli era.

(12) Le antiche rovine offrono molti e lamentevoli esempi di questo fatto. I muri si trovano scrostati a tanta altezza nelle terme di Caracalla, in quelle di Traiano, di Diocleziano, di Costantino; nel palazzo imperiale, negli