Pagina:Rubagotti-bovio-giordanobruno.djvu/19

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Ramingando per l’Italia, Giordano Bruno capitò a Genova, deciso per il momento a restarvi, ma ne lo distolsero tosto le discordie che in quei giorni funestavano quella repubblica, onde di là trasse alla vicina Noli.

Povero, bisognoso, alle prese di continuo colla fame, egli dovette adattarsi ad insegnare pubblicamente ai bimbi di quella cittaduzza.

Nell’arido mestiere del precettore, gli era di sollievo il poter dedicare tranquillamente qualche ora del giorno alle sue meditazioni filosofiche e scientifiche.

Scorsi cinque mesi, vuoi che fosse stanco dal mestiere d’insegnante, o vuoi che il movesse desiderio di vedere nuovi paesi e nuove cose, lasciò senz’altro Noli e fatta breve sosta a Savona, volse i suoi passi verso Torino, attirato dalla fama di quella città, che sotto il governo di Emanuele Filiberto era salita a floridezza, nelle scienze, nelle arti e nelle industrie.

Nemmeno a Torino il Bruno si fermò a lungo, poichè, come egli dice, non avendo trovato trattenimento a sua satisfacione, s’imbarcò sopra il Po e discese fino a Venezia.

Ma Venezia in quel tempo era funestata dalla peste, che incominciata nell’agosto del 1575 durò fino alla fine del 1576, uccidendo ben quarantaduemila persone.

Lo squallido aspetto di quella illustre città, così desolata dal morbo, non dovette di certo invogliare Bruno a prendervi dimora, poichè, indi a poco, lo troviamo a Padova, ove, imbattutosi con alcuni frati suoi