Pagina:Rusconi - Teatro completo di Shakspeare, 1858, III-IV.djvu/695

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334 IL RE ENRICO V

di veder camminare tre Francesi. — Dio mi perdoni, se tanto mi vanto: ma è il vostro aere di Francia che spira in me tal difetto, che nullameno debbo rimproverarmi. — Va, parti e di’ al tuo signore che tu mi hai qui trovato: che il mio riscatto è questo corpo debole e infermiccio; che il mio esercito non è più che un pugno d’uomini estenuati. Nondimeno, Dio mi sia guida, e noi marneremo avanti, quand’anche il re di Francia stesso, o qualunque altro re s’opponesse al nostro passaggio. — Eccoti oro pel tuo ufficio, Montjoy: va, e fa che Carlo VI maturi assai la sua risoluzione. Se possiamo passar oltre, bene; se vuole impedircelo, arrosseremo del vostro sangue questa terra. Addio: quest’è la nostra risposta; nello stato in cui siamo non anderemo in cerca di battaglie; ma neppur le eviteremo; questo dirai al tuo re.

Mont. Così farò, e intanto ringrazio Vostra Altezza. (esce)

Gloc. Spero che non verranno ad attaccarci ora.

Enr. Siamo nelle mani di Dio, fratello, e non nelle loro. Marciamo al ponte; comincia a far notte: ci accamperemo di là dal fiume, e dimani ripiglieremo la via. (escono)

SCENA VII.

L’accampamento francese vicino ad Agincourt.

Entrano il Contestabile di Francia, Rambures,
il duca d’Orlèans, il Delfino ed altri.

Con. Zitto! Io ho la migliore armatura del mondo. — Così fosse dì.

Orl. La vostra armatura è eccellente; ma rendete giustizia anche al mio cavallo.

Con. È il miglior cavallo d’Europa.

Orl. Non spunterà mai il mattino?

Del. Signore d’Orlèans, e voi gran Contestabile, voi parlate di cavalli e d’armature.....

Orl. Cose di cui siete fornito come il primo principe del mondo.

Del. Che notte lunga è mai questa! — Io non cambierei il mio cavallo con alcuno di quelli che camminano su quattro zampe. Ah, ah! Ei salta da terra come se le sue viscere fossero di crino; le cheval volant, il Pegaseo, qui a les narines de feu! Una volta in sella, volo, divengo un falco: ei galoppa per l’aere; e la terra canta quand’ei la tocca; l’unghia più vile del suo piede ha maggior armonia che il flauto d’Ermete.