Pagina:S. Benedetto al Parlamento nazionale (Tosti).djvu/28

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
 
— 28 —
 


Ah! non contristate questo antico padre della patria, non gli toccate i figli; ne piangerebbe l’Italia. Mentre che ferve l’idea nazionale nella officina dei civili e militari negozii, lasciate qualcuno alla operosa contemplazione del Cristiano ideale. Questo non può stare senza immediati adoratori; su le loro fronti ama posare i suoi raggi, innanzi vadano illuminando la terra. Di quell’adorazione abbisogna l’Italia; ed è vano il dimandare di alcuni — Che cosa fanno questi monaci? — No: se veramente amassero la patria, dovrebbero dimandare — Come vivono questi monaci? — Infatti se, a mo’ d’esempio, in questa Badia Cassinese si educano centosessanta giovani, speranza della patria, alle discipline delle lettere e delle scienze, se intendono ancora gli animi agli aviti studi della diplomatica e della storia, e si fossero dipartiti da quell’ideale; da S. Benedetto, qual pro ne verrebbe all’Italia? Siamo forse ai tempi barbari, nei quali il leggere e lo scrivere era mestiere da monaco? l’Italia oggi è gremita di professori e di letterati; non ha bisogno del nostro insegnamento, dei nostri studii. Quello che desidera, quello che cerca si è la fede nel divino ideale, che dobbiamo informare e predicare con la abnegazione evangelica. Di quello ha mestieri l’Italia, e per quello solo l’insegnamento, e le fatiche letterarie dei monaci hanno un valore che non può rimeritare il lecco di un lucro e di un salario.

Lasciateci monaci, se ci volete cittadini benefici. Il tristo monaco nel mondo è una contraddizione in veste grottesca: e questi non son tempi da ridere. Tutto vi lasciamo alle soglie delle nostre badie, fin la polvere delle passate ricchezze ci scrolliamo dal saio; tutto