Pagina:Saggio di racconti.djvu/112

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104 racconto undecimo

spicco sopra ogni canto di strada con strabocchevole profusione di fronzoli e di dorature da parere una frenesia. I grandi andandosene in volta imbacuccati nei mantelli di gala con cappe ed armi sotto di essi, e con dietro un codazzo di faziosi armati di tutto punto, si facevano tra loro le più smaccate congratulazioni del mondo. Poche voci di gente pagata gridavano tra il popolo, evviva i Medici! e si davano gran moto per eccitare la pubblica gioia. Ma il popolo girandolava con indifferenza, guardava qua e là con sospetto, e in nessun luogo era grande e smaniosa la calca.

Verso sera il cielo s’era rannuvolato, sicchè i lumi facevano più spicco, ed era bello tanto splendore di faci a contrasto colle tenebre della notte. Ma all’improvviso venne un turbine di vento sì impetuoso, che spense in un attimo tutti i lumi, scompigliò dovunque l’apparato, rovesciò archi e trofei, divelse viticci festoni armi e ghirlande, e facendo qua e là mulinello, portava per l’aria e slanciava lontano tutte quelle boriose appiccicature. La gente sbigottita fuggiva, senza saper dove, tanto era l’impeto dell’oragano, l’ostacolo delle tenebre, il rischio d’andarne a capo rotto per le calie che venivano giù a precipizio, o per quelle che facevano inciampo tra’ piedi; e urtando, stramazzando, imprecando alle feste, poveri e ricchi, d’un partito e d’un altro, gridavano scatenato l’inferno, e ne ricavavano cattivo augurio per l’avvenire. Poi cominciò la pioggia a dirotto, e lampi e tuoni da sbalordire. Le strade