Pagina:Saggio di racconti.djvu/115

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cecchin salviati 107

cesco? aggiunse ella seguitando a fissarlo con tenerezza.» — «Anch’egli, povero figliuolo, anch’egli, rispose il padre. Oh! sì ne son contento. È vero che è troppo timido, che non è operoso quanto vorrei... non è come te, ma... Si farà, si farà a forza di esercizio; e col tuo esempio, vedi, col tuo esempio, so io che diverrà il miglior maestro di bottega che sia in Firenze. Ora è fanciullo, non ci bado. Ha ingegno ve’, oh! l’ingegno non gli manca... ma questo solo non basterebbe. Se tu sapessi cosa vuol dire aver sotto di sè tanta gente! dover vigilare, dirigere... Eh eh! ci vuol altro! Ma aspetta che cresca e vedrai...» L’Anna lo lasciò dire e dire, finchè preso un tono più dolce, e non potendo reprimere un sospiro, soggiunse: «Ma! non vedete com’è gracile, com’è andato a male in poco tempo?» — «Eh! sul punto di fare la complessione, tutti i ragazzi, un po’ più un po’ meno, se ne risentono. Ma non aver paura; la vita attiva gli metterà forza, e gli darà animo.» — «Ma se perdesse la salute prima di riescire?...» — «Anna! interruppe egli aggrottando un poco le ciglia, che paure son queste? sapresti tu qualche cosa? Non mi nasconder nulla.» L’Anna si scolorì un poco nel volto, e giugnendo le mani, e quasi genuflessa alle ginocchia del padre riprese: «Ma non vorrei affliggervi... non vorrei che Francesco ne rimanesse mortificato.» — «Mortificato! parla; cosa può essere?» — «Mi promettete di non affliggervi..... di perdonargli una colpa involontaria?» E lo carezzava